Crisi economica e rivolte sociali


Di Bruno De Martinis




Questo mese di agosto passerà alla storia come un picco nell’onda lunga recessiva, come un potente maroso che spazza violentemente borse, mercati, pezzi dell’economia produttiva. Certo si alterneranno brevi momenti di rivalutazione degli indici finanziari a discese sempre più profonde sia dell’economia produttiva che dei titoli quotati nelle borse mondiali. Comunque la recessione del’economia mondiale è un dato di fatto. Questo dato evidente dovrebbe far saltare anche i fasciami ideologici dell’ortodossia neoliberista, ma naturalmente ciò non avviene: anzi, i governi – che siano di destra o di “sinistra”- più o meno palesemente appoggiati dalle loro “opposizioni” parlamentari, si prostrano ovunque, in Europa, in Asia, negli Stati Uniti, di fronte alle ricette velenose delle (democraticamente illegittime) istituzioni economiche e politiche mondiali e del capitalismo industrial – finanziario, che tenta a qualsiasi costo di ricostituire i margini di profitto e di continuare ad ingrassare fino al parossismo.

Si tratta infatti di una crisi strutturale del capitalismo, di proporzioni tali da essere in questo senso paragonabile solo a quella del 1929. Pare però il caso di ricordare che da quella crisi si uscì non tanto in seguito all’applicazione di una politica economica keynesiana, quanto per lo shock esogeno della seconda guerra mondiale che consentì all’apparato militar-industriale statunitense di costituire il volano della ripresa su scala nazionale e mondiale. Ora invece che accade? La ripresa viene affidata a un’applicazione ottusa del rigorismo liberista: è come se un medico, per guarire un tumore ai polmoni, ordinasse al paziente di fumare almeno ottanta sigarette al giorno! Tuttavia tutta la politique politicienne si inginocchia di fronte ai diktat della Banca Centrale Europea e si appresta a scaricare i costi della crisi sui soliti noti, facendone grazia agli altri, altrettanto soliti, noti.

In Italia queste linee politiche ed economiche vengono perseguite in maniera squisitamente bipartisan tanto dai due schieramenti istituzionali, quanto dai sindacati confederali, che sono sempre meno sindacati e sempre più apparati statali di consenso (Cisl, Uil, Ugl e maggioranza camussiana della Cgil – con le relative succursali), e da Confindustria, con l’alto patrocinio di mr. president, Giorgio Napolitano. Infatti, se andiamo a ben vedere prima c’è stato il patto (anti) sociale del 28 giugno, poi la «manovra», quindi un ulteriore precipitare della crisi e infine i ricatti della BCE con il regalino tossico della definitiva, anche se ormai avviata da decenni, distruzione dello stato sociale e della conseguente macelleria sempre ai danni delle classi sociali subalterne e del proletariato in particolare, che si era già vista a dir poco spuntata la sua arma storica: lo sciopero; e che avrebbe inoltre perso inoltre, sempre con gli accordi di fine giugno, la tutela (peraltro sempre più debole) del CCNL.

Inoltre tutti gli istituti di “democrazia dal basso”, d’altra parte in crisi e più o meno inerti da decenni, vengono progressivamente e definitivamente esautorati: dalle RSU (già pallida copia dei consigli di fabbrica del biennio rosso 1969-1970), agli organismi della cosiddetta “democrazia scolastica” (consigli di classe, di istituto e collegio dei docenti) – che comunque venivano istituiti negli anni ’70, quando si sarebbe potuto pretedere ben altro. Dato che sono potenzialmente pericolosi per la dittatura dei capitali, vengono delegittimati, esautorati e alla fine rimossi. E non importa se ciò che viene rimosso sia un fantasma, o il sogno (deformato) di una cosa. Ciò che importa è trasformare le fesserie del capitalismo in crisi e del suo spettro ideologico neoliberista in senso comune, cioè in una sorta di orizzonte ingabbiante: un orizzonte degli eventi che necessariamente conduce a un black hole, nel quale inevitabilmente precipitano tanto le destre, quanto le sinistre liberali, che eoni fa si presentavano come “socialiste”, laburiste o socialdemocratiche .

Ovunque nel mondo e in Italia in particolare i costi della crisi vengono irrazionalmente scaricati sulle spalle più deboli – che appartengono poi a quelle e a quelli che non l’hanno provocata: lavoratori, donne, giovani, anziani, precari e migranti. Infatti si colpiranno le pensioni, si ridurranno gli sgravi fiscali per le famiglie, verrà devastata l’assistenza ai malati e ai disabili con la riduzione degli assegni d’accompagnamento e delle pensioni di reversibilità. Tutti i mattoni di quanto rimane dello stato sociale saranno metodicamente rimossi e fracassati. Si è persino pensato di fare dell’aumento dell’IVA, cioè dell’imposta sui beni di consumo, il principale strumento di risanamento dei conti pubblici. Successivamente l’ipotesi è stata accantonata: forse perché anche un bambino capirebbe che in questo modo nemmeno un’economa capitalistica potrebbe ripartire, per il semplice motivo che in tal modo si colpirebbe la domanda e quindi la produzione reale. Ma non facciamoci illusioni: nel giochetto di tirare il sasso e nascondere la mano, di affermare che l’Europa lo chiede e poi rassicurare, come ha fatto il ministro Tremonti a proposito della riduzione degli stipendi per i dipendenti pubblici, dicendo che il provvedimento non verrà messo in atto, potrebbe venire riproposto anche il peggio del peggio.

Si tratta dunque di una manovra, concertata insieme dal governo italiano e dagli azionisti di maggioranza dell’Unione Europea, profondamente iniqua e antisociale. Sicuramente aumenteranno i prezzi al dettaglio e anche gli stipendi, per mezzo dei contratti in deroga e dei tagli alla spesa sociale, subiranno violenti attacchi. Il pareggio del bilancio diventa in questo modo il feticcio legislativo che ci fa sprofondare in una regressione secolare ai tempi tassa sul macinato e dei cannoni di Bava Beccaris! Ma non basta. Una misura minimale e moderata come una tassa patrimoniale viene trattata alla stregua di un’orrenda blasfemia. Il governo attualmente in carica nella provincia italiana la considera come una misura estrema da adottarsi solo in ultima istanza e convertendo la somma versata alla fiscalità generale in buoni del tesoro, che sotto tale forma rientrerebbero nelle tasche degli stessi detentori dei grandi patrimoni. E questa politica economica è la base comune di governo, “opposizione”, confindustria e sindacati di regime.

Il cosiddetto risanamento del bilancio prevede inoltre ulteriori privatizzazioni di beni comuni, territori, patrimonio artistico e naturalistico. È evidente il disprezzo per gli esiti dei referendum di giugno e l’assoluta mancanza di senso della “democrazia reale” che accomuna maggioranza e “opposizione”. Dopo che la maggioranza assoluta delle elettrici e degli elettori italiani hanno detto un sonoro no alla privatizzazione dei servizi idrici, del trasporto pubblico e della gestione dei rifiuti, l’intero establishment politico, economico e istituzionale si muove in una direzione diametralmente opposta. Dato poi che l’unico elemento che ha impedito l’uscita della Grecia dal default è stata la lentezza nell’adottare le politiche ultraliberiste (che oltre oceano sono per inciso patrimonio dell’estrema destra del Tea Party), non ci rimane altro che vendere il Colosseo, le Dolomiti, la Fontana di Trevi, magari con le garconnière di Arcore in omaggio – oltre all’acqua, ai trasporti e al sistema previdenziale: che i “fannulloni del pubblico impiego”, a anche di quello privato vadano in pensione il più tardi possibile! Lo chiedono le istituzioni economiche e politiche europee, ma soprattutto lo reclamano i “sacri” mercati, di fronte ai quali servilmente si prostrano le sedicenti sinistre, mentre le rappresentanze meno spurie dei capitali si adeguano con comprensibile entusiasmo.

Eppure la ventata rivoluzionaria nel Maghreb nel Mashrek non si è affatto esaurita, l’indignazione cresce in Spagna e in Grecia e, in Italia, meno di due mesi fa, circa 28 milioni di persone hanno detto di no alle ricette tossiche del capitalismo in crisi, reclamando servizi pubblici, beni comuni e fonti energetiche alterative. Ed è probabile che in autunno la temperatura dei conflitti sociali salga ancora in tutto il mondo.

Proprio in questi giorni la vecchia Inghilterra, moderata e riformista secondo antichi e consolidati cliches, è letteralmente in fiamme. La rabbia degli esclusi dal benessere illusorio dell’occidente liberale ha rotto gli argini, come era ampiamente prevedibile. Se la miseria cresce, se viene ulteriormente alimentata dai tagli allo stato sociale, se la diseguaglianza sociale tra gli happy few e la massa crescente dei pauperizzati raggiunge un livello tale da trasformare l’indignazione in rabbia, non c’è affatto da meravigliarsi; ci sarebbe piuttosto di che stupirsi del contrario!

Tuttavia non c’è dubbio che a Londra, Manchester, Birmingham e in tutti territori della miseria inglese si è espressa una rabbia cieca, violenta e, per certi versi autodistruttiva; ma le dichiarazioni del premier conservatore Cameron (nonché dei suoi presunti oppositori “laburisti”), che era rientrato con calma dalle sue dorate vacanze toscane, si iscrivono ugualmente sui registri del delirio.

Molti sono gli elementi che rendono strutturalmente diversi i contesti sociali delle rivoluzioni arabe e della jacquerie inglese. Innanzitutto la rivolta giovanile dei sobborghi inglesi si configura come un’esplosione, elementare, cieca, priva di programmi e di organizzazione: appunto una jacquerie, cioè un’esplosione virulenta e senza sbocchi, che vede come protagonista una gioventù derubata dell’istruzione e di ogni speranza e che agisce nel contesto di una società capitalistica avanzata e spietatamente classista; né una rivolta, né tantomeno una rivoluzione.

È questo il nucleo della differenza tra l’incendio inglese e le rivoluzioni nordafricane e arabe, nelle quali è forte la presenza di giovani solarizzati, donne, movimento operaio e sindacale e di settori significativi della società civile, che si sono trovati a lottare contro uno stato poco complesso, basato su un intreccio di interessi di clan e di famiglia e di ossequio al capitalismo globalizzato, all’interno di una società civile segnata da divisioni più nette e da una stratificazione più semplice di quelle del nord del mondo. Inoltre, per lo meno in Tunisia ed Egitto, sono anche presenti embrioni di direzioni anticapitalistiche - che in Inghilterra sembrano oggi più deboli e che non hanno comprensibilmente potuto svolgere alcun intervento, al di là delle analisi e della doverosa solidarietà critica.

Con modalità parzialmente diverse e in contesti sociali differenti, sale in tutta Europa la protesta sociale contro la gestione capitalista della crisi: in Grecia, in Spagna e sino a un’apparentemente periferica Islanda, dove il movimento ha imposto la nazionalizzazione delle banche e il non pagamento del debito, e dove stanno nascendo forme embrionali di democrazia reale.

In Italia, al di là della totale cecità della politica ufficiale e delle burocrazie sindacali, sembra ci siano diversi elementi che indicano qualche possibilità di risollevare la testa. Non i tratta solo della straordinaria vittoria del 12 e 13 giugno e delle potenzialità anticapitalista a cui alludono movimenti per la difesa dei beni comuni e dell‘acqua in primis. È la fase politica che sta cambiando, sia pur tra mille contraddizioni. Non è solo il governo Berlusconi che si trova ormai in avanzato stato di decomposizione, è la stessa costituzione materiale che ha innervato la seconda repubblica che si sta incrinando. I fischi e le contestazioni che accolgono, soprattutto, ma non solo, gli esponenti di PDL e PD quasi ogni volta che mettono il naso fuori dai palazzi, ne rappresentano un epifenomeno spettacolare, ma poco sostanziale - anche se pienamente condivisibile. E ne è testimone l’ormai diffusissima totale avversione alla cosiddetta “casta” politica.

La questione merita un approfondimento, dato che sarebbe errato tanto ritirasi scandalizzati dalle più che possibili derive qualunquiste quanto ignorarle e quindi tacerle. Ma la critica al ceto politico rimanda anche a questioni centrali. Infatti contiene in sé la critica del potere, inteso come comando e coercizione, la critica ai privilegi e, implicitamente, la contestazione egualitaria della stratificazione sociale. Si tratta certamente di potenzialità, di contenuti latenti. Sono un’incrinatura un varco attraverso cui far entrare altri dati di fatto e una consapevolezza più alta. Il limite principale di questa mobilitazione è che vede unicamente i privilegi dei politici, molto meno quelli dei banchieri e dei magnati della finanza, niente affatto quelli del capitale produttivo.

Ma la manovra economica che si profila, che porta con sé l’ulteriore demistificazione del ruolo “necessario” dell’Europa della BCE e dei grandi feudatari del capitalismo industrial – finanziario, può rimescolare le carte anche su questo tavolo ed innescare dinamiche positive.

Il dato negativo si trova invece sul versante delle capacità organizzative da mettere in campo e sulla relativa debolezza delle soggettività politiche e (autenticamente) sindacali, e naturalmente l’assenza di un’adeguata massa critica potrebbe condurre il movimento “anti-casta” a una deriva qualunquista sulla quale si nutrirebbero le pulsioni etnocentriche e razziste espresse dalla Lega Nord. D’altra parte questa sensibilità si mobilita contro lo statuto separato di un ceto politico che vive evidentemente su una galassia distante milioni di anni luce dal nostro pianeta e dalla realtà sociale del Paese e coglie la sostanziale omogeneità nelle scelte di fondo tra i due schieramenti politici, entrambe contaminati dal virus del berlusconismo. La Tunisia non è lontana e questa indignazione potrebbe produrre anche dei cahier de doléance e contribuire all’avvio di un dinamica rivoluzionaria persino in Italia. Ma per ottenere questi risultati è necessario lavorare, sporcarsi le mani, contendere l’egemonia ai Grillini.

Ma soprattutto bisogna essere preparati alle lotte sociali che inevitabilmente verranno prodotte dalla crisi e dalle ricette che le sedicenti parti sociali - dai banchieri al governo, da Confindustria ai sindacati confederali - decideranno di imporre alle classi subalterne. Promettono lacrime e sangue: blocchi dei contratti e degli stipendi, innalzamento dell’età pensionabile, licenziamenti facili, precarietà diffusa, privatizzazioni in quantità. È questa la sostanza che sgocciola attraverso le flebo che tentano il risanamento dell’economia di mercato, riproducendo rapporti politici e sociali superati, ma ad infilare l’ago in vena sono i poteri reali dell’economia politica globale, i signori dell’industria e della finanza, le poche migliaia di grandi famiglie che reggono i fili della globalizzazione capitalista, nella quale tutti i popoli della Terra hanno la sola funzione di fornire corpi, tempo di vita e forza-lavoro materiale e intellettuale.

La fase, per usare un termine antico, è piena di possibilità: ci sono importantissime lotte a difesa della natura, dei territori e dei beni comuni, come testimonia la straordinaria resistenza popolare in Val di Susa; esiste un embrione di fronte unico di opposizione sindacale e le 5 proposte per un fronte comune contro il governo unico delle banche (vai), sottoscritte da un migliaio di attivist* sindacali della sinistra Cgil e del sindacalismo di base che si sono dat* appuntamento a roma per il 1° ottobre, ne sono un esempio; ed è poco probabile che il movimento studentesco possa sottrarsi alla conflittualità generale. La società civile è già in fibrillazione e non potrà in alcun modo sfuggire alle dinamiche che la crisi le sta già scaraventano addosso.

Lo stesso successo delle iniziative di “Verso Genova Luglio 2011” è un segno straordinariamente positivo e dimostra la concreta possibilità di coniugare radicalità, autonomia e quindi unità, un’unità nei fatti, basata su decisioni condivise e aperta alle prossime scadenze internazionali, dal G20 di Nizza, al forum mondiale di Tunisi del 2013; un’unità capace di raccogliere generazioni e culture diverse e di indicare la possibilità di un altro mondo possibile e necessario, accogliendo quindi la radicalità e l’autonomia dell’anticapitalismo socialista.

Non vanno tuttavia sottovalutati i pericoli né le possibilità di involuzioni regressive e autoritarie. La politica è debole, le sinistre sedicenti radicali continuano a perseguire in forme diverse (più organica quella di SEL, forse meno rigida quella della Federazione della Sinistra) un’alleanza suicida con il PD e con le opposizioni parlamentari, che si esplicita con chiarezza nella loro partecipazione ai governi di centrosinistra nelle amministrazioni locali. Tantomeno va sottovalutato il fatto che la destra è ancora radicata nel tessuto sociale e che l’antropologia “fascista” è perfettamente in grado di nutrirsi nella crisi e di prosperare nella disoccupazione e nella disperazione sociale. È la storia del Novecento che e lo racconta.

Comunque sia, si stanno aprendo delle possibilità e, ancora una volta, la vecchia, cara talpa ha scavato, anche se non c’è alcuna garanzia di successo e i rischi sono gravi e molto concreti. Unificare e radicalizzare le lotte è ora davvero una necessità non rinviabile.

Genova, 13 agosto 2011.

Bruno Demartinis




1 Per leggere l’appello vedi allegato, e per adesioni: appello.dobbiamofermarli@gmail.com